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Museo Archeologico di Atina

Il Museo Archeologico di Atina e della Val di Comino (questa la nuova denominazione che a partire dal 2010 sostituisce quella dell’originario Museo Civico istituito nel 1978) è ospitato in un’ex struttura scolastica che, con il suo elegante prospetto in stile classico, affaccia su via Vittorio Emanuele II. Un edificio costruito negli anni Venti del secolo scorso a spese del benemerito cittadino Giuseppe Visocchi e a lui intitolato.

Unitamente al Museo, l’edificio ospita la ben fornita Biblioteca Comunale con un ricco settore dedicato alla storia e all’archeologia locale. L’attenzione alla conoscenza del patrimonio archeologico atinate è stata tenuta viva nel corso degli anni anche dall’attività dell’associazionismo culturale locale che svolge ora un ruolo fondamentale nella divulgazione e valorizzazione in collaborazione con gli Enti.

La collezione museale, accolta originariamente nel salone del Palazzo Ducale, ha incrementato negli ultimi anni sia il numero che la qualità dei reperti archeologici, recuperati non solo ad Atina, ma provenienti
da ricerche e scavi effettuati negli altri comuni della Valle di Comino.

Un impulso notevole allo sviluppo della struttura museale deriva dalle attività svolte nel comprensorio della Valle del Liri dalla Soprintendenza Archeologica per il Lazio e dalle varie Amministrazioni Comunali.

Tali attività, videro confluire presso il Museo di Atina, materiali provenienti tra l’altro dagli scavi del Santuario italico di Pescarola nel territorio del comune di Casalvieri e dalla necropoli di Ominimorti, situata nel comune di San Biagio Saracinisco. La disponibilità dei ritrovamenti ha permesso l’avvio di un programma di mostre periodiche volute dall’Amministrazione Comunale e dedicate in particolare all’approfondimento dell’epoca preromana. Contestualmente il museo provvede attraverso finanziamenti regionali a periodiche attività di restauro sia del materiale in deposito sia di quello proveniente dai più recenti rinvenimenti.

Il percorso espositivo, inaugurato nella nuova sede nel 1997 e via via implementato, è caratterizzato soprattutto da un ampio repertorio di ceramiche preromane in impasto, che va dalle note anforette costolate tipo “Alfedena” e le olle ovoidi riconducibili alla cultura arcaica della Valle del Liri, fino alle eleganti brocche (oinochoai) in argilla depurata e in bucchero che documentano una certa penetrazione commerciale degli Etruschi fino a queste zone interne.

Tra i reperti più antichi e preziosi, di particolare interesse sono i bronzi del periodo orientalizzante (VIII-VII sec. a.C.) rinvenuti agli inizi del secolo scorso ai piedi dell’abitato in località San Marciano e oggi conservati al Museo Pigorini, dei quali sono esposte alcune riproduzioni esemplificative (pendagli antropomorfi e zoomorfi, bracciali, fibule a foglia traforata) che documentano per il centro proto urbano di Atina non solo il fiorire di produzioni metallurgiche basate sullo sfruttamento dei giacimenti metalliferi della Meta, ma anche l’esistenza di gruppi aristocratici dominanti che ne detenevano certamente il controllo.

La tradizione metallurgica locale caratterizza tutto il periodo preromano ed è visibile nelle numerose armi in ferro e in bronzo (punte di lancia e puntali di giavellotto detti sauroteres che in alcuni casi con servano ancora i resti dell’asta di legno), negli accessori dell’equipaggiamento del guerriero, come i cinturoni in lamina bronzea sbalzata, o nei morsi di cavallo in ferro. Tutti elementi che ci illuminano sullo spirito combattivo delle popolazioni italiche che, come i Sanniti, occuparono l’agro atinate prima della conquista romana del 293 a.C.

Alcuni plastici ricostruttivi intendono rievocare, soprattutto ai visitatori più giovani, questo clima di continua belligeranza tra Romani e Italici che contraddistinse per molti decenni la Valle del Liri e che è passato alla storia con il nome di “guerre sannitiche”.

Nel Museo Archeologico di Atina sono state ricostruite due sepolture provenienti dalle necropoli di San Biagio Saracinisco: una più antica (VI sec. a.C.), costituita da una fossa delimitata da pietre con lo scheletro integro di un guerriero accompagnato da un ricco corredo, l’altra con copertura a doppio spiovente di tegoloni e coppi detta “a cappuccina”, di età più recente (IV-III sec. a.C.) e con una sola ciotola a vernice nera che accompagnava i resti esigui del defunto.

Attraverso il lapidario rivivono, invece, la popolazione e la società della città ormai divenuta romana e del suo territorio di pertinenza. Grazie alle epigrafi e ai pezzi scultorei di età repubblicana e imperiale sarà possibile fare un giro virtuale per i monumenti urbani e suburbani dell’Atina romana (popoloso centro ricordato dallo stesso Cicerone come praefectura florentissima) e incontrare tra le lapidi di cittadini, liberti e schiavi quella di Munnia, una sacerdotessa addetta al culto di Cerere, o del questore locale Gaio Timinio Gallo, o ancora del benemerito cittadino Tito Elvio Basila che donò ben 400.000 sesterzi per il sostentamento dei giovani atinati.

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