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Storia

La Valle di Comino, L’età dei miti e degli eroi

    MAGICA VALLE DI COMINO
    Storia minima (ad uso della scuola primaria)
    L’età dei miti e degli eroi (II)

    Dalle fonti più antiche sappiamo che nei primi passi della storia, dopo quel lunghissimo periodo chiamato preistoria durato 2,5 milioni di anni, popolazioni più evolute, provenienti dal bacino orientale del Mediterraneo, si diressero verso l’Italia Centrale.

    Il primo ad essere citato nelle fonti greche e romane è il misterioso popolo dei Pelasgi, costretto ad abbandonare le sue terre o isole di origine a causa di ondate di altri popoli migratori. Questo evento riguardò in modo particolare i territori del Lazio e, segnatamente, quelli dell’attuale provincia di Frosinone, tanto da connotarne profondamente l’evoluzione successiva.

    Anche la Valle di Comino fu interessata dall’impatto con i nuovi venuti.

    Plinio Il Vecchio, attingendo la notizia da Dionigi di Alicarnasso e da Varrone, scrisse di un luogo in Italia, riconoscibile da un lago con un’isola galleggiante (36 N.H.) “dove – secondo l’oracolo di Apollo di Dodona, interrogato dai Pelasgi – sarebbe terminato il loro peregrinare e sarebbe tornato il loro <tempo felice>”.

    Da ciò, alcuni storici locali del ‘900, hanno diffuso la convinzione che si trattasse dell’incantevole Lago di Posta Fibreno, ubicato nella zona nord della Valle di Comino, con una piccola isola galleggiante formata da rizomi, torba e radici, la cui caratteristica principale è di essere oggi l’unica in Europa.

    Studiosi del periodo romano (oltre a Varrone, anche Seneca), l’avevano identificata, invece, con quella allora esistente nel Lago di Paterno, presso l’antica Cotilia nel reatino, poi scomparsa. Ma, l’ipotesi relativa al Lago di Posta Fibreno, non è forse del tutto infondata, se si tiene conto che una sua parte occupa una fossa in località Carpello localmente conosciuta come “Le Codigliane”, con una palese assonanza con il nome dell’antica Cotilia.

    Una seconda memoria, desumibile dagli scritti dello stesso Varrone e altri, riguarda lo sfruttamento da parte dei Pelasgi dei giacimenti di argento, rame e soprattutto ferro dei Monti della Meta, siti nel versante nord-orientale della Valle, dai quali gli stessi, detentori della tecnica dell’estrazione e della lavorazione dei metalli, trassero la materia prima per la produzione di armi, attrezzi e utensili, con cui si assicurarono il dominio militare ed economico sulle popolazioni residenti (gli antichi Aborigeni).

    Sulla scia dei Pelasgi, lo sfruttamento di quelle miniere continuò anche nei secoli successivi. Studi e ricerche archeologiche hanno confermato che alcuni monili ritrovati nella piana di Atina (confluiti nella raccolta del Museo Pigorini di Roma) e alcuni corredi funerari delle tombe della necropoli di Ominimorti in S. Biagio Saracinisco, furono realizzati fra l’VIII e VI secolo a.C. “nei centri di produzione della regione del Melfa (Cifarelli 1997).

    Varrone tramanda che Atinati e Venafrani utilizzavano minerali metalliferi provenienti dai monti della zona. Inoltre, lo storico G. Colasanti (I cercatori di ferro – 1928), basandosi sullo studio della toponomastica locale, sostiene che quelle stesse miniere furono sfruttate anche dagli Etruschi dopo aver sottomesso popolazioni locali di origine osca.

    Un riferimento abbastanza esplicito alle conoscenze delle tecniche di lavorazione dei metalli da parte degli antichi abitanti di Atina lo troviamo anche nell’Eneide di Virgilio (VII, 630), dove scrive delle cinque grandi città che costruivano le armi per l’esercito di Turno (“Quinque adeo magnae positis incudibus urbes/Tela novant Atina potens Tiburque superbum/Ardea Custrumerique et turrigerae Antemnae”) e della duplice citazione, in quella guerra che contrappose i troiani di Enea invasori ai popoli latini e italici, della mitica figura dell’Acer Atinas (XI, 868; XII, 662), che incarnava più un intero popolo in armi che non un singolo, seppure fortissimo (acer), combattente.

    Due topos, quello dell’Atina Potens e quello dell’Acer Atinas, che hanno contrassegnato e condizionato l’evoluzione di questo centro nei duemila anni successivi alla diffusione del capolavoro virgiliano.

    Un altro indizio sul passaggio dei Pelasgi nella Valle, sono le mura poligonali (formate da più angoli) o megalitiche (formate da grandi massi), chiamate indifferentemente ciclopiche o pelasgiche dai viaggiatori-eruditi del Grand Tour dell’inizio del 1800.

    Il primo a usare la denominazione di “Mura pelasgiche” fu Petit-Radel (1801), seguito da Marianna Candidi Dionigi (Viaggi nelle città che diconsi fondate da Saturno – 1809) e, dopo, dalla Contessa Augusta di Coventry, Milady Durhunt, ambedue ospitate in Atina (la seconda nel Palazzo Visocchi).

    Nello stesso periodo, Edward Dodwell, i suoi disegni delle mura “ciclopiche o pelasgiche” di Atina sono oggi al Museo Soane di Londra, e William Gell, avevano riscontrato una forte somiglianza delle mura pelasgiche italiche con quelle di Tirinto, Micene e Argo in Grecia, per averle visionate di persona e per averle confrontate con le descrizioni nei testi di autori antichi (Euripide, Strabone, Pausania).

    Furono proprio questi viaggiatori-eruditi del Grand Tour a diffondere l’idea della stretta connessione fra il popolo dei Pelasgi, le mura ciclopiche o pelasgiche e il mito di Saturno fondatore di città (in particolare della Pentapoli formata da Alatri, Anagni, Antino-Ferentino, Arpino e Atina), sulla quale si basò la teoria della civilizzazione del Lazio ad opera di popoli del Vicino Oriente e dell’Egeo.

    Il supporto storico-mitologico di questa teoria fu un’antica tradizione greca, ripresa dagli storici romani del periodo repubblicano, secondo la quale Saturno (Crono, per i greci), scacciato dall’Olimpo da Giove (Zeus), si rifugiò nel Lazio (Latium dal latino latere, in italiano latitare, nascondersi), dove fu accolto da Giano e divise con lui il potere temporale sulle terre separate dal Tevere: al nord regnò Giano, mentre al sud, regnò Saturno. Quest’ultimo, insegnò anche agli uomini l’arte di lavorare la terra (l’agricoltura) e instaurò quella che è conosciuta come l’Età dell’Oro.

    La Saturnia Tellus, della quale trattarono gli antichi poeti (Virgilio, Georgiche, II, 173: <<Salve terra di Saturno, grande genitrice di frutti e di uomini>>), non sarebbe altro che la trasposizione mitologica di una fase della colonizzazione dell’Italia da parte proprio dei Pelasgi, già possessori delle tecnologie più avanzate nei settori della lavorazione dei metalli, della coltivazione della terra e della costruzione di città e di mura poderose.

    L’antichità di Atina e, forse, la sua origine pelasgica, di cui anche il nome conserva una traccia, oltre che da Virgilio, fu esaltata da altri illustri personaggi del periodo romano, come il poeta Marziale, che la chiamò “prisca” e Cicerone, che la definì “civitas praeclarissima, potentissima, diitissima et urbium antiquissima” e, in aggiunta “Prefettura piena di uomini fortissimi tanto che nessun’altra in Italia può essere ritenuta più ricca”.

    Era dotata di formidabili mura difensive, ancora in parte visibili, che racchiudevano un’area di circa 120 ettari, con un perimetro di oltre 8 chilometri, la seconda per estensione fra tutte quelle misurate nel mondo italico preromano, ed era posta al centro di un sistema difensivo articolato in punti strategici.

    “Con Costalunga (S. Elia Fiumerapido) a sud, Vicalvi a nord e Monte S. Croce ad est (San Biagio Saracinisco), costituivano un baluardo difensivo imperniato sulla poderosa e duplice cinta muraria di Atina, culminante nell’arx o acropoli della collina di S. Sfefano” (Innico 2007).

    Ci troviamo al cospetto di una delle opere difensive più notevoli dell’era antica. Proviamo ad immaginarla in un contesto non eccessivamente antropizzato e senza i guasti operati dagli uomini e dalle calamità naturali: centinaia di migliaia di massi di forma poligonale, pesanti ognuno anche 2 o 3 tonnellate, posizionati a formare cinte difensive alte dai 4 ai 5 metri.

    L’intera Valle di Comino si sarebbe svelata ai nostri occhi come un bastione formidabile: una sorta di Linea Gustav ante litteram. Lo stesso discorso vale per le altre città della Pentapoli.

    Quale popolo realizzò opere tanto ardite? Quanti uomini furono necessari per erigerle? Quanto tempo ci volle per realizzarle? A quale epoca risalgono? Le risposte a queste domande non sono ancora del tutto esaustive.

    Nonostante la sicumera di alcuni studiosi, anch’esse conservano un’alea di mistero. Bisognerebbe seguire il consiglio, formulato con onestà intellettuale, da Giovanni Maria De Rossi nel pregevole catalogo della mostra “Le mura megalitiche. Il Lazio meridionale tra storia e mito” (Vittoriano – Roma 2009), di effettuare saggi e scavi sistematici e di acquisire la conoscenza urbanistica di ogni contesto, da ciò bisognerebbe partire per puntare ad ottenere il riconoscimento delle Cinte Murarie della Pentapoli Saturnia come Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

    Orazio Paolo Riccardi

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