Categorie
Tradizioni

Marzo ad Atina: fiera, San Giuseppe e vita contadina

Marzo era il mese del risveglio. La terra, dopo il lungo inverno, tornava a respirare sotto i colpi della vanga. Si preparavano i solchi per il grano, si trapiantavano le piantine di trifoglio e di erba medica destinate al foraggio, e già nei primi giorni del mese si procedeva con la potatura, gesto paziente che prometteva frutti futuri. L’aria si faceva più dolce, la campagna si riempiva di luce nuova e le api, all’alba, si posavano leggere sui fiori per nutrirsi di nettare e rugiada.

Tra i primi doni spontanei della stagione c’erano le primule, le caciole, buone anche da mangiare, e gli asparagi selvatici che spuntavano tenaci tra le rocce, insieme agli gl’ lop’ra, un’altra varietà locale. La natura offriva, e la comunità si preparava a celebrare uno dei momenti più attesi dell’anno: la fiera di San Giuseppe.

La fiera di Marzo era un brulicare di voci, di strette di mano, di contrattazioni. I banchetti si riempivano finalmente di prodotti agricoli e merci di ogni genere. Da Cassino, passando per il tracciolino, arrivavano i mercanti a cavallo. Cercavano la fecci, lo strato pastoso depositato sul fondo delle botti svuotate, utile per la preparazione dei liquori; domandavano anche le lumache e la raci, il vino condensato che incrostava l’interno delle botti. I cavalli, intanto, sostavano in paese con negl’ bucch pieni di crusca e s’ lluch’ra – carrube dolci e dure – che facevano gola anche ai ragazzi, intenti a succhiarne il seme con pazienza.

La fiera non era solo commercio: era memoria collettiva, identità, devozione. Il 19 marzo si onorava San Giuseppe, il “falegname”, protettore degli artigiani e della famiglia. Ad Atina la ricorrenza si viveva con intensa partecipazione religiosa, ma anche con un gesto concreto e profondamente simbolico: il “Pranzetto di San Giuseppe”.

Il “Pranzetto di San Giuseppe”: fede e condivisione

Il pranzetto si teneva a mezzogiorno del 18 marzo, vigilia della festa. In casa si apparecchiava un tavolino a parte per tre poveri che rappresentavano la Sacra Famiglia: Maria, Giuseppe e Gesù. Era un atto di fede e di carità. Spesso il sacerdote veniva chiamato a benedire il pasto e si recitava l’antica orazione a San Giuseppe, chiedendo protezione per la famiglia, per la Chiesa e per il mondo intero.

I sette piatti della tradizione

Dopo la preghiera si servivano sette pietanze, preparate in abbondanza perché nulla andasse sprecato e perché anche altre famiglie potessero riceverne una parte. A loro era destinato un piatto unico con piccole porzioni di ogni portata, chiamato gl’ pranz’ciegli di San Gi’sepp’.

Il menù parlava di semplicità e sostanza: pasta e ceci (zitun’), minestre di lenticchie, fagioli e fave con pane raffermo, baccalà lesso con broccoletti, talvolta fritto, insalatina di peperoni alla c’mposta con olive e alici, e infine le immancabili zeppole di San Giuseppe, con o senza crema. Si concludeva con un caffè e, prima di congedarsi recitando un Padre Nostro, si dava un p’ccellat al bambino che impersonava Gesù.

Maria Pia Bianchi ricorda che nel mese di Marzo, da bambina aiutava la madre nei lavori domestici: accudire gli animali, pulire l’aia, raccogliere la legna. Per portare fascette di legna alla fornace della calce, nella zona delle Grotte prima di Sabina, riceveva mezza lira. Ma il suo vero mestiere era quello di lattara. Con il somaro carico di pignatte di coccio contenenti circa dieci litri di latte, scendeva dalla contrada di Spineto fino al centro storico, passando per la costa di Piè delle Piagge. Sul capo portava anche una cesta di verdura, che le fruttava una trentina di soldi.

Calzava le ciocie, prima fatte con cotica di maiale e legacci di cuoio, poi sostituite da zoccoli di legno che si trascinavano con fatica sopra spessi calzerotti. Gli zoccoli li vendeva Rosa la scarpara; i calzettoni, se non si confezionavano in casa, li tessevano con abilità Loreta Tamburro e Domenica Pittore.

Durante le feste le donne indossavano abiti tradizionali composti da numerosi capi: calze bianche, camicia, ciar’ca(gonna con bretella), cintura dorata o rossa, collane di perle, ciondoli, fazzoletto di tulle, fisciùuammacil, manicotti inamidati, grembiulino, scialle sulle spalle. Le nubili portavano un fiore bianco, le sposate rosso. Gli uomini vestivano con ciocie o zampitti, calze di lana con lacci, calzoni al ginocchio, fascia alla cintola, corpetto, camicia bianca, giacchetta nera e cappello a cencio.

La vita quotidiana non era meno intensa della festa. Pia vendeva latte casa per casa; se ne avanzava un po’, Marietta sotto “Le Pennate” lo comprava per farne scamorze. Suor Eufemia era una cliente speciale: pagava mezza lira per due litri e offriva un’intercessione alla Madonna. Nei giorni più freddi, una minestra calda di verza era conforto e ristoro.

Talvolta si andava al pascolo. Mentre pecore e mucche brucavano, lei studiava sui quaderni da un soldo. Frequentare la scuola a Sabina, dove insegnavano Angelina Lotito e la signora Antonietta, era un privilegio non sempre garantito. Dopo il pascolo si puliva la stalla, si accumulava il letame nei campi (la lestra), si riempivano le vasche d’acqua e crusca, si preparava il foraggio – anche con la gramigna raccolta, lavata e asciugata.

La sera la famiglia, spesso dieci o dodici persone, si riuniva attorno al fuoco alimentato con buona legna di quercia, che produceva cenere chiara per la liscia. Mai usare i pt’ncun, i bastoni del granone: facevano troppo fumo. Tra una chiacchiera e l’altra si arrostivano castagne, ceci nella frssora bucata e le nevin’, semi di zucca. Al mattino, nella madia, si trovavano le patate bollite o cotte alla brace la sera prima.

La signora Erminia ricordava una vita ancora più immersa nella campagna, condivisa con mucche e vitelli. Indimenticabili erano i parti degli animali: una grossa botola al centro della stanza permetteva di controllare dal piano superiore la bestia che stava per dare alla luce vitelli, agnellini o caprette.

Il padre cacciava tordi e quaglie con una tavola legata a una corda: quando l’uccello beccava il terreno, spesso innevato, mollava la presa e la tavola lo catturava. Quelle carni finivano al sugo o al vino bianco. Pescava anche trote nel Melfa, a mani nude o con una rete a sacco: si cucinavano fritte con farina di mais o lesse con olio e limone. Deliziosa era la minestra di ch’cciut, gamberi di fiume, servita sola o con tagliolini.

Ogni casa preparava la conserva, le salsicce, le marmellate, il vino. Quando non si conoscevano metodi più moderni, i pomodori venivano spappolati a mano, fatti essiccare al sole nelle m’selle, poi impastati con olio e sale e conservati nei vasi di coccio coperti con foglie di verza appassite. Il sugo sobbolliva lentamente nel coccio, al calore del camino, condito con lardo, v’ntresca e strutto.

Così era marzo: lavoro e fede, fatica e condivisione, terra e famiglia. Un mese di passaggio che portava con sé il profumo della primavera e la memoria viva di una comunità unita attorno ai suoi riti, ai suoi sapori e ai suoi racconti.

Le tradizioni, mese per mese

Dicembre ad Atina: tradizioni natalizie e usanze popolari

Dicembre, ad Atina, era un mese ricco di suggestioni, attese…

Tradizioni di settembre ad Atina: raccolti e sapori

Settembre ad Atina: tempo di raccolti e convivialità Il mese…

Agosto ad Atina: tradizioni agricole e festa dell’Assunta

Agosto tra campi, raccolti e feste popolari ad Atina Ad…

Ottobre ad Atina: San Marco, vendemmia e tradizioni

Ottobre ad Atina: un mese di fede, lavoro e convivialità…

Scopri di più su Atina

La Valle di Comino, L’età dei popoli italici

All’inizio del primo millennio dell’evo antico, all’incirca verso la fine…

Comune di Casalattico nel 1897

CASALATTICO Collegio elettorale di Cassino. Diocesi di Sora. Abit. 1873.…

Storia di Atina

L’antico borgo di Atina sorge in una posizione dominante, a…

Seconda Guerra Mondiale, Gli Atinati salvati ad Assisi

Una storia dimenticata della Seconda Guerra Mondiale: gli Atinati salvati…

it_IT