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Valle di Comino, La battaglia di Aquilonia e Cominio

    La battaglia di Aquilonia e Cominio

    L’anno che seguì (293 a.C.) ebbe luogo l’evento decisivo della terza ed ultima guerra fra i Sanniti e i Romani, la celebre “Battaglia di Aquilonia e Cominium”, trattata in ben nove capitoli del X Libro dell’Ab Urbe Condita di Tito Livio (L. X, 38-46).

    Dopo il fallimento delle due incursioni lanciate per spezzare l’accerchiamento, i Sanniti si prepararono allo scontro finale, bandendo una nuova leva militare con una legge severissima. Furono convocati ad Aquilonia, dove arrivarono 60.000 soldati “che rappresentavano il meglio di tutte le forze sannite”. Al centro dell’accampamento venne tracciato un recinto delimitato da picchetti e assicelle e ricoperto con una tela di lino che misurava duecento piedi in lungo e in largo (mt. 60×60 circa), sotto la quale si svolse la cruentissima cerimonia del giuramento.

    Alcuni che rifiutarono di farlo “vennero passati per le armi davanti agli altari” e “i cadaveri vennero lasciati lì, sulla nuda terra, accanto alle vittime dei sacrifici, al fine di incutere maggiore timore a quelli che entravano”.

    Alla fine di questo rito, il comandante fece il nome di dieci di loro e ordinò che ciascuno scegliesse un altro uomo, e questi un altro ancora fino a raggiungere la cifra di 16.000. In questo modo si formò la “legione linteata”, così chiamata “dalla copertura del recinto all’interno del quale la nobiltà sannita aveva consacrata se stessa”. A tutti coloro che ne facevano parte vennero consegnate armi sfavillanti ed elmi crestati, per distinguerli dagli altri soldati.

    Il resto dell’esercito era composto da oltre 20.000 uomini, che “non erano inferiori né per forza fisica, né per valore militare e né per armamento alla legione linteata” (T. Livio AUC, X, 38).
    I due consoli designati per quell’anno, Spurio Carvilio Massimo e Lucio Papirio Cursore, partirono da Roma.

    Il primo a partire fu Spurio Carvilio, cui erano state assegnate le legioni lasciate l’anno precedente dal console Marco Atilio alla colonia di Interamna Lirenas. Marciando alla volta del Sannio, conquistò la città fortificata (oppidum) di Amiterno. I morti fra i Sanniti furono 2.800, e i prigionieri 4.270.

    L’altro console, Lucio Papirio Cursore, arruolato un nuovo esercito, espugnò la città (urbem) di Duronia, uccidendo un numero inferiore di nemici ma catturandone un numero più alto. In ambedue queste località venne conquistato un ricco bottino.

    I consoli poi, dopo aver effettuato ampie scorrerie nel Sannio e devastato in modo particolare il territorio di Atina (“Inde pervagati Samnium consules maxime depopulato Atinate agro, Carvilius ad Cominium, Papirius ad Aquiloniam, ubi summa rei Samnitium erat, pervenit” Livio X, 39:), arrivarono Corvilio a Cominio e Papirio ad Aquilonia, dove era concentrato il grosso delle truppe sannite. I due eserciti romani allestirono gli accampamenti, distanti l’uno dall’altro 20 miglia (circa 30 Km.) e si disposero per controllare le mosse del nemico, limitandosi a piccole scaramucce.

    Dopo un certo numero di giorni, Papirio mandò un messaggero a Carvilio per informarlo che intendeva attaccare battaglia il giorno successivo, chiedendo al collega di fare la stessa cosa, con la maggiore forza d’urto possibile, per impedire ai Sanniti di Cominio di inviare rinforzi ad Aquilonia. Il messaggero “ebbe un giorno di tempo per coprire il tragitto (fino a Cominio) e ritornò nella notte” (dopo mezzanotte, come riportato in un altro brano), riferendo che il collega aveva approvato il piano.

    Il console stesso, poi, riunito l’esercito, tenne un lungo discorso nel quale ricordò come il suo valoroso padre (Lucio Papirio Cursore, cinque volte Console e dittatore nel 309 a.C.) aveva sconfitto i Sanniti, senza farsi ingannare dallo splendore delle loro armi e delle loro acconciature; poi, informato da alcuni disertori, raccontò i particolari del barbaro giuramento al quale erano stati sottoposti i combattenti nemici. L’intero discorso sortì l’effetto di infiammare i legionari che, a gran voce, reclamarono la battaglia.

    Dopo aver tratto gli auspici, falsati però dall’aruspice, quando stava per uscire dall’accampamento gli fu condotto davanti un disertore sannita, il quale riferì che 20 coorti, formate da 400 soldati l’una, erano partite alla volta di Cominio e, allora, inviò un messaggero ad avvisare Corvilio (T. Livio, X, 40).

    Disposte le truppe con i propri comandanti, ordinò di “suonare il segnale di attacco e di alzare l’urlo di guerra”. La battaglia subito si mostrò accanita ma, mentre i Romani combattevano con impeto, i Sanniti, “ancora intimoriti dal cruento giuramento, combattevano più per difendersi che per attaccare”. A sbloccare, comunque, la situazione, intervenne un astuto stratagemma ideato da Papirio. Aveva fatto disporre un suo luogotenente (Spurio Nauzio secondo alcuni, Ottavio Mecio secondo altri) al comando di alcune coorti di riserva con i muli senza basti ma con rami frondosi pendenti fino a terra, adatti a sollevare un gran polverone ed egli stesso si mise ad urlare, per farsi sentire dai Sanniti, che stavano arrivando le legioni romane vincitrici a Cominio.

    Quindi, approfittando dello sconcerto che si era creato, lanciò la cavalleria contro le schiere dei nemici. Alla strage delle prime file seguì la fuga di tutti i soldati, compresi quelli della Legione Linteata, parte verso l’accampamento e parte verso la città. I nobili e i cavalieri fuggirono a Boviano. L’accampamento fu preso subito dal luogotenente romano Lucio Volumnio. Nella città, invece, i Sanniti meglio protetti dalle mura, cercarono di resistere, ma un altro luogotenente, Lucio Scipione, al comando dei suoi soldati bramosi di fare bottino e disposti “a testuggine”, riuscì a sfondare una porta e ad entrare nella città, esponendosi però all’accerchiamento da parte dei nemici (T. Livio AUC, X,41).

    Il console Papirio stesso, raccolte altre truppe, riuscì ad entrare nella città per dare manforte al suo luogotenente. Ma, arrivata la notte, diede ordine di fermarsi, per evitare agguati nelle strette vie e nei vicoli. I Sanniti superstiti, invece, ne approfittarono per ritirarsi.
    Quel giorno furono uccisi ad Aquilonia 20.340 Sanniti, ne furono fatti prigionieri 3.870 e vennero catturate 97 insegne militari (T. Livio AUC, X,42).

    A Cominio, il console Corvilio aveva dato ordine di circondare la città e si stava apprestando a dare il segnale di battaglia quando arrivò il messaggero inviatogli da Papirio. Allora richiamò parte delle truppe già schierate ed affidò il compito al suo luogotenente Decimo Bruto Scevola, al comando della prima legione, di dieci coorti e della cavalleria, di intercettare le 20 coorti sannite in arrivo da Aquilonia.

    Con il resto dell’esercito andò all’attacco della città e, subito, furono scalate le mura e abbattute le porte. I Sanniti, che inizialmente avevano opposto qualche resistenza, si ammassarono tutti nel foro dove cercarono di dar vita ad un estremo tentativo di risollevare le sorti della battaglia. Invece, furono costretti ad arrendersi senza condizioni in 11.400, mentre i caduti ammontarono in tutto a 4.880.

    Dionigi di Alicarnasso (n. Antichità Romane, vol. III, XVI e XVII) fornisce una versione diversa sulla presa di Cominio da parte dei Romani e sposta l’evento di due anni (291 a.C.), quando Lucio Postumio Megello divenne console per la terza volta.

    Il Senato confermò il comando delle operazioni nel Sannio a Quinto Fabio Massimo Gurgite, console dell’anno precedente, vincitore degli stessi Sanniti Pentri contro i quali si stava allora combattendo, nominandolo proconsole. Postumio si adirò contro il Senato, sostenendo che il comando toccava a lui, in quanto discendente di una delle famiglie patrizie fra le più importanti di Roma, mentre Fabio era di estrazione plebea. Contravvenendo agli ordini ricevuti, “andò con l’esercito verso Fabio e, sorpresolo che assediava Cominio, lo costrinse a ritirarsi dal comando”, coprendolo d’insulti e di minacce (L. XVI, XV). Quindi, “Postumio medesimo, assediatala, prima espugnò Cominio con assalti non lunghi e, poi, Venosa città popolosa e molte altre” (L. XVI, XVII).

    Il resoconto liviano, invece, continua, riportando ciò che avvenne alle 20 coorti sannite inviate in soccorso di Cominio. Arrivate a sole sette miglia (11 chilometri) da Cominio, furono richiamate indietro. Quando arrivarono in vista di Aquilonia, sentito lo strepito e le urla della battaglia che infuriava nella città e nel loro accampamento, dal quale presto si incominciarono ad elevare le fiamme, si fermarono, senza avere il coraggio di buttarsi nella mischia. Arrivata la notte, si sdraiarono sulla nuda terra con le armi addosso, in trepida attesa che arrivasse il mattino. All’alba, avvistati dai romani, si dettero alla fuga verso Boviano, abbandonando molte armi e 18 insegne militari e 280 soldati della retroguardia furono uccisi dalla cavalleria romana (T. Livio AUC, X,43).

    Finite le due distinte battaglie, i consoli permisero ai soldati, al colmo della gioia e dell’entusiasmo, che le città di Aquilonia e Cominio fossero saccheggiate da cima a fondo e “ordinarono che fossero distrutte dalle fiamme nello stesso giorno”. Quindi, riuniti i due eserciti, andarono ognuno con il proprio esercito in due direzioni diverse. Papirio, puntò su Sepino e Carvilio su Velia (T. Livio AUC, X,44).

    Nel frattempo, su proposta del Senato, il popolo romano aveva dichiarato guerra ai Falisci, alleati degli Etruschi e, quindi uno dei due eserciti doveva essere richiamato per andare a combattere in quell’area, a nord di Roma. Per sorteggio fu richiamato Carvilio, che già aveva espugnato Velia e Palombino, in modo abbastanza rapido e, Erculaneo, con maggiore difficoltà. In questi tre centri furono uccisi o catturati 10.000 uomini (il numero dei prigionieri superò di poco quello dei caduti). I soldati accolsero di buon grado l’idea di essere trasferiti in Etruria perché non reggevano più il rigido freddo del Sannio.
    Papirio con il suo esercito, affrontò i nemici nei pressi di Sepino. Questi opposero una certa resistenza ma, alla fine, dovettero capitolare. Ne caddero 7.400, mentre meno di 3.000 furono fatti prigionieri (T. Livio AUC, X,45).

    Intanto, la neve aveva ricoperto tutto il paese e non era possibile resistere al freddo fuori delle abitazioni. Allora il console prese la decisione di portare l’esercito fuori del Sannio. Nel frattempo si recò a Roma, dove il Senato e le acclamazioni del popolo gli consentirono, mentre era ancora in carica, di celebrare un fastoso trionfo. Fanti e cavalieri procedevano con indosso le decorazioni ottenute e si vedevano anche molte corone civiche, vallari e murali. Seguivano le spoglie dei Sanniti, paragonate per splendore e bellezza a quelle conquistate dal padre, con cui erano stati ornati molti luoghi pubblici. Quindi, sfilarono i prigionieri incatenati, alcuni dei quali erano membri dell’aristocrazia sannita, famosi per le loro imprese e per quelle dei padri. Chiudeva il corteo, il bottino di guerra, formato da 2.530.000 assi di rame da una libra ciascuno, ricavati dalla vendita dei prigionieri e 1.830 libre d’argento razziate nelle città.

    Tornato presso le truppe, le portò a svernare nella zona di Vescia (presso Suio, nel sud del Lazio, al confine con la Campania), “infestata dai Sanniti”.
    In Etruria, Carvilio espugnò prima Troilo e, poi, cinque villaggi fortificati. Si recò, quindi, a Roma dove celebrò un trionfo, meno fastoso di quello di Papirio, ma altrettanto importante, perché aveva riportato vittorie anche in Etruria (T. Livio AUC, X,46).
    I Fasti Trionfali riportano, infatti, quello di Carvilio alla data del 13 gennaio del 292 a.C., mentre quello di Papirio al 13 febbraio dello stesso anno.

    La campagna militare del 293 a.C., svoltasi fra la Colonia di Interamna Lirenas, l’oppido di Amiterno e le città di Duronia, Aquilonia e Cominio, costò ai Sanniti la perdita complessiva di circa 55.000 uomini (30.000 caduti e 25.000 prigionieri). Se vi si aggiungono quelli di Sepino, Velia, Palombino e Ercolaneo, in tutto persero 75.000 soldati e non si riebbero più da quella batosta, anche se continuarono a combattere per altri tre anni (fino al 290 a.C.).

    Gli studiosi si sono a lungo interrogati e si interrogano ancora oggi su quale fu il teatro di quei sanguinosi eventi, dato che di molte città e località citate non si trovano più nemmeno i ruderi, perché furono completamente distrutte dai Romani, con le sole eccezioni della colonia romana di Interamna Lirenas, nei pressi di Cassino, dalla quale partì l’attacco ai Sanniti, Atina, che non fu toccata anche se il suo territorio fu devastato, Sepino e Boiano , ambedue riedificate in siti di pianura dopo qualche secolo e Vescia, altra colonia romana della quale si è accertata l’ubicazione .

    Ciò ha alimentato le ipotesi più assurde e, laddove si sono rintracciati i resti di qualche cinta muraria posti su un cocuzzolo, si è voluto individuare uno dei luoghi di quella battaglia nel Molise o fra la Campania meridionale e la Lucania.

    Dal racconto liviano emergono, però, alcuni punti fermi dai quali occorre partire per capire, in assenza di altre fonti documentali dirimenti, quale fra le quattro o cinque ipotesi avanzate, può essere quella più credibile.

    Il primo è rappresentato dalla zona di Interamna Lirenas (agro Interamnati), posta nella Valle del medio Liri, presso Cassino, da cui partì l’esercito condotto dal console Carvilio, lì lasciatovi dal console Rutilio l’anno precedente.

    Il secondo (dopo la presa da parte di Carvilio dell’oppido di Amiterno e, da parte di Papirio, della città di Duronia, forse poste a guardia dei due accessi alla Valĺe di Comino, rispettivamentelungo il corso del fiume Melfa – Roccasecca – e lungo il corso del fiume Rapido – Costalunga di S. Elia Fiumerapido), è rappresentato dalla devastazione della zona di Atina (maxime depopulato Atinate agro), da identificare senza alcun dubbio con l’Atina posta all’interno dell’attuale Valle di Comino, nel Lazio, al confine con il Molise e l’Abruzzo, a circa 22 chilometri da Interamna Lirenas, vicino Cassino.

    Il terzo è rappresentato dalla città di Boviano (certamente la Bovianus Vetus, posta in posizione elevata e non la Bovianus Novus, posta in pianura), dove si rifugiarono i Sanniti sconfitti ad Aquilonia e le 20 coorti che non parteciparono a nessuna delle due battaglie.

    Il quarto è rappresentato dalla città di Sepino (Saepinum), posta non lontano dall’attuale Boiano, presa da Papirio, dopo Aquilonia.

    Il quinto è rappresentato dalla zona di Vescia (agrum Vescinum), presso Suio, nel Lazio Meridionale, sul corso inferiore del fiume Garigliano (formato dalla confluenza del fiume Gari con il Liri), dove Papirio portò le sue legioni a svernare dopo la presa di Sepino.

    Un altro elemento da tenere presente è rappresentato dal fatto che anche le città di Velia, Palombino ed Ercolaneo, espugnate da Carvilio, dovevano trovarsi all’interno, fra le montagne dell’Appennino, perché anche lì “i soldati non reggevano più il freddo del Sannio”. Quindi non hanno nulla a che fare con le medesime località (Velia-Helia, ubicata nel golfo di Salerno, e per Erculaneo-Ercolano, ubicata ai piedi del Vesuvio) poste sulla costa tirrenica campana, che dal punto di vista climatico non avevano niente da invidiare all’Etruria, nella quale furono condotti i soldati romani, felici di allontanarsi dal “freddo del Sannio”.

    Le cinque località citate nel testo liviano (Interamna Lirenas, agro Atinate, Bovianum, Sepinum e agrum Vescinum), il cui riscontro geografico non può essere messo in dubbio, sono tutte collocate in quello che era il quadrante militare nord-occidentale della guerra fra i Romani e i Sanniti.
    Inoltre, occorre tenere presente i fattori legati alla strategia militare. Anche in base alla sequenza temporale della narrazione liviana, se i Romani, dopo tre sanguinose guerre che duravano ormai da quasi cinquant’anni, avessero voluto assestare un colpo definitivo ai loro fieri nemici, avrebbero dovuto secondo logica, attaccare e sconfiggere i Sanniti nelle zone immediatamente oltre il confine che li separava da essi: cioè, la sponda orientale del Liri-Garigliano e quindi, subito a ridosso di questa, la valle di Atina attualmente chiamata Valle di Comino.

    Da questa proveniva infatti il pericolo maggiore proprio per la città di Roma, come era apparso chiaro nei due tentativi dell’anno precedente sia contro Sora, che contro Interamna che, da una parte, miravano a rompere l’accerchiamento e, dall’altra, a saggiare la capacità di reazione dei romani in quel quadrante bellico.

    Per i Romani, dal punto di vista meramente strategico non avrebbe avuto senso colpire i Sanniti nel centro del Sannio o al loro confine meridionale, posto a ridosso delle Puglie, della Lucania e della Calabria, quando li avevano pericolosamente a ridosso dei loro confini e da quella posizione potevano effettuare rapide scorribande.

    Già, tredici anni prima, nel corso della II guerra (306 a.C.), avevano imparato a proprie spese la gravità della minaccia scaturita dalla rivolta di Sora e di Atina e dalla contestuale rivolta degli Ernici che, se avessero avuto successo, avrebbero consentito l’apertura di un ampio corridoio che portava diritto sotto le mura di Roma. Già tale pericolo era stato sperimentato dai Romani nell’388 a.C., quando Coriolano, al comando dei Volsci, arrivò davanti a Porta Collina.
    Inoltre, la vicinanza alle numerose colonie disseminate nel quadrante nord-occidentale (da Carseoli fino a Capua, passando per Alba Fucens, Sora, Fregellae, Interamna, Minturno, Sinuessa, Suessa e Cales), avrebbe consentito alle legioni romane un facile approvvigionamento di riserve alimentari e di armi e un comodo riposizionamento nel caso di una forte reazione dei Sanniti.

    Un altro fattore, utile a definire la giusta localizzazione di quegli eventi bellici è rappresentato dalla individuazione della posizione della città di Cominio, il che sarebbe anche di aiuto a localizzare Aquilonia da cui distava 20 miglia romane (poco meno di 30 chilometri). Infatti il messaggero di Papirio, impiegò l’intera giornata e parte della nottata per compiere l’intero tragitto nei due sensi (tornò, infatti, oltre la mezzanotte).

    Secondo alcuni storici, di città con il nome di Cominium nel Sannio e, anche presso altri popoli dell’Italia antica centro-meridionale, ce n’era più d’una ed erano luoghi dove si svolgevano le riunioni (comitia) dell’assemblea del popolo (touta), riunita per deliberare su questioni importanti.

    La Cominium dei fatti del 293 a.C., però, non ha nulla a che vedere con la “Cominium Ocritum”, citata da Livio a proposito di eventi accaduti quasi un secolo dopo, nel corso della II Guerra Punica. Infatti, lo storico romano, che aveva raccontato in ben 10 capitoli del Decimo Libro la vicenda della grande “Battaglia di Aquilonia e Cominio”, scrivendo semplicemente Cominium senza altri appellativi, trattò l’altra località, con la sua denominazione completa dell’appellativo di Ocritum (“delle pietre” o “del colle”), senza collegarla al ben più famoso evento che mise fine alla III Guerra Sannitica e, solo, per ricordare un fatto di importanza minore, quale fu il passaggio da quelle parti di Annone, generale di Annibale.

    Sicuramente, poi, il popolo dei Comini, appartenenti anticamente secondo Plinio alla più vasta etnia degli Equicoli e già estinto all’epoca dello scrittore romano, era insediato in un territorio posto fra Rieti e Avezzano, separato dalla Valle di Comino da quello abitato dai Marsi. Appare difficile, se non impossibile, che tale popolo edificasse una città con il suo nome nel bel mezzo delle terre di altri popoli.

    Fra le varie ipotesi esaminate dagli studiosi nel corso degli anni, quella che ha più fondamento è l’ubicazione della Cominium della famosa battaglia in quella che oggi viene chiamata “Valle di Comino”, fra gli attuali Comuni di S. Donato Val di Comino e Vicalvi.

    Probabilmente era una città fortificata di recente edificazione (forse per tenervi la riunione della touta sannnitica), dal momento che non era mai stata citata negli anni precedenti e, quindi, non compariva negli eventi che si svolsero a pochi passi da essa: l’occupazione romana di Atina del 313 a.C., la sua ripresa da parte di Sanniti nel 306 a.C., la battaglia nel campo romano, che aveva Sora alle spalle e la presa di Milionia e Feritro, appena l’anno precedente, nel 294 a.C.

    Un altro fattore a favore della ubicazione della sannita Cominio nella Valle di Comino è la fortuna avuta dal suo nome, riemerso dopo 8 secoli (da quando ne scriveva Tito Livio), negli archivi dell’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno; evidentemente i monaci benedettini avevano interpretato in modo corretto tutto il resoconto liviano della famosa battaglia o, comunque, avevano raccolto la tradizione orale relativa alla localizzazione di quegli eventi di circa 1000 anni prima.

    Accertata con buona approssimazione quale era l’ubicazione di Cominio si può ragionevolmente pensare, calcolando la distanza di 30 chilometri fra le due località, che il sito dell’antica Aquilonia sannita è da individuare nel vicino Molise, forse proprio nel territorio dell’attuale Comune di Montaquila.

    Il mosaico romano del II secolo d.C., a tessere bianche e nere, recentemente restaurato, sito nel Salone di Rappresentanza del Palazzo Ducale Cantelmo di Atina da 66 anni (lungo circa 10 metri e largo 4), fu rinvenuto in via Virilassi dove era ubicata una domus appartenente sicuramente ad una famiglia di una certa importanza durante l’Impero.
    Riproduce 4 scene di combattimento di un guerriero sannita, appartenente probabilmente alla “Legione Linteata” (con armi sfavillanti ed elmo crestato, oltre al leggero telo di lino come unico abbigliamento). Nella prima scena: la sfida; nella seconda: l’attesa; nella terza: il combattimento; nella quarta: la vittoria, con le spoglie dei vinti. Solo che andò in tutt’altro modo, perché vinsero i Romani.

    Orazio Paolo Riccardi

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